Dopo mesi di silenzio stampa, speculazioni e rinvii che avevano fatto pensare a un progetto fantasma, il Trump Phone è riemerso dall’ombra.
I dirigenti di Trump Mobile hanno finalmente concesso un’intervista, mostrando quello che dovrebbe essere il dispositivo destinato ai sostenitori del presidente.
Tuttavia, ciò che è emerso da questa videochiamata su Google Meet non è esattamente il trionfo dell’ingegneria americana che era stato promesso, ma piuttosto un assemblaggio confuso di componenti di fascia media, decisioni di design discutibili e una retromarcia strategica sulla sua provenienza manifatturiera.
Trump Phone: un design che cambia pelle (e perde colpi)
Il Trump Phone T1 è apparso radicalmente diverso rispetto ai render diffusi quasi un anno fa che vedete in apertura. Sebbene rimangano la scocca dorata e la bandiera americana stampata sul retro, il resto ha subito una trasformazione che solleva più di un sopracciglio.
Il logo “T1” sembra destinato a sparire prima del lancio definitivo, mentre il modulo fotografico, inizialmente simile a quello di un iPhone, è stato sostituito da un’isola ovale nera posizionata verticalmente.
Un dettaglio che non è sfuggito all’occhio attento durante la presentazione è la disposizione delle tre lenti: appaiono spaziate in modo irregolare, un errore di simmetria che raramente si perdona anche ai produttori di elettronica di consumo più economici, figuriamoci a un prodotto che aspira a competere con i giganti.
Sotto la scocca, le ambizioni di grandezza si scontrano con la realtà dei fatti. Nonostante i dirigenti Eric Thomas e Don Hendrickson insistano nel paragonare il T1 ai telefoni che superano la soglia dei mille dollari, la scheda tecnica racconta un’altra storia.
Il processore scelto appartiene alla serie Snapdragon 7 di Qualcomm, chip solidi ma inequivocabilmente destinati alla fascia media, non ai flagship. Con una batteria da 5.000 mAh e un display curvo “waterfall” da 6,78 pollici (una scelta stilistica che molti produttori hanno ormai abbandonato), il T1 sembra più un tentativo di recuperare fondi di magazzino che un dispositivo moderno.
Il confronto più onesto sarebbe con un terminale come realme 14 Pro+, che offre specifiche forse pure migliori a un prezzo decisamente inferiore rispetto alle aspirazioni di Trump Mobile.
Il mito del “Made in USA” svanisce a Miami
Forse l’aspetto più controverso riguarda la promessa centrale della campagna marketing originale: l’orgoglio nazionalista della produzione statunitense. Inizialmente, il sito web proclamava a caratteri cubitali “MADE IN THE USA“, ma la realtà produttiva ha costretto l’azienda a una correzione di rotta imbarazzante.
Per evitare sanzioni dalla Federal Trade Commission, che impone standard rigorosi per tale etichetta, lo slogan è stato modificato in un più vago “Mani americane dietro ogni dispositivo“.
I dirigenti hanno ammesso che il telefono non è fabbricato negli Stati Uniti. La maggior parte dell’assemblaggio avviene in una “nazione favorita” (un eufemismo per dire “non la Cina”, ma nemmeno l’America), mentre solo la “fase finale” si svolge a Miami.
Questo processo conclusivo non è una vera manifattura, ma piuttosto l’assemblaggio degli ultimi dieci componenti. Sebbene l’azienda definisca ancora la produzione totalmente americana come un traguardo futuro per i prossimi modelli, al momento chi acquista il T1 sta comprando un telefono globale assemblato parzialmente in Florida, non un prodotto dell’industria statunitense.
Ritardi e incertezze sul lancio
Il percorso verso il mercato è stato accidentato. Il telefono è già in ritardo di sei mesi sulla tabella di marcia, una dilazione che i vertici giustificano con la decisione di saltare il modello entry-level inizialmente previsto per puntare subito su una versione più performante.
Attualmente, il dispositivo ha ottenuto la certificazione FCC e attende il via libera da T-Mobile, previsto per metà marzo.
Il prezzo di lancio per chi ha versato l’acconto rimane bloccato a 499 dollari, una cifra che viene definita “introduttiva”, suggerendo che i futuri acquirenti dovranno sborsare una somma più alta, pur rimanendo sotto la soglia dei mille dollari.
Resta da vedere se il pubblico sarà disposto a investire in un prodotto che, al netto della vernice dorata e del branding politico, appare tecnicamente datato ancor prima di arrivare sugli scaffali. L’attesa sta per finire, ma la sensazione è che la sorpresa potrebbe non essere positiva.
